Nel pubblico impiego può accadere che un dipendente venga chiamato a svolgere, in modo continuativo e prevalente, attività riconducibili a un profilo professionale superiore rispetto a quello formalmente assegnato. In questi casi, anche in assenza di un incarico ufficiale, il lavoratore può avere diritto al riconoscimento delle differenze retributive corrispondenti alle mansioni effettivamente svolte.
La giurisprudenza ha infatti chiarito che lo svolgimento di mansioni superiori non può tradursi in un vantaggio economico per l’amministrazione e in un pregiudizio per il dipendente, quando venga dimostrato che le attività svolte appartengono stabilmente a una qualifica più elevata.
Cosa dice la Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite con la sentenza n. 25837/2007, ha affermato che nel pubblico impiego contrattualizzato il lavoratore che svolge mansioni superiori ha diritto a una retribuzione adeguata alla qualità e quantità del lavoro prestato, in applicazione dell’articolo 36 della Costituzione.
L’amministrazione pubblica non può quindi attribuire autonomamente qualifiche o trattamenti economici diversi da quelli previsti dalla contrattazione collettiva. Tuttavia, qualora il dipendente venga impiegato di fatto in attività superiori rispetto al proprio inquadramento, tale situazione deve essere riconosciuta sotto il profilo economico.
Il principio è stato ribadito anche dalla Cassazione con l’ordinanza n. 2277/2021, secondo cui il diritto al compenso per le mansioni superiori svolte non dipende dalla regolarità formale dell’assegnazione, ma dall’effettivo esercizio delle funzioni. Il riconoscimento può essere escluso solo in particolari situazioni, ad esempio quando l’attività sia stata svolta all’insaputa dell’ente o in presenza di comportamenti fraudolenti.
È necessario un incarico formale?
La mancanza di un provvedimento scritto di assegnazione delle mansioni superiori non impedisce il riconoscimento delle differenze retributive.
Secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza, ciò che conta è la prova concreta dello svolgimento delle attività superiori. Il lavoratore deve dimostrare di aver esercitato, in modo continuativo, prevalente e completo, le funzioni proprie del livello superiore, assumendone anche responsabilità e compiti specifici.
Documenti aziendali, turnazioni, ordini di servizio e testimonianze possono quindi rappresentare elementi fondamentali per dimostrare la situazione lavorativa effettivamente svolta.
Il caso dell’OSS: oltre 20mila euro di differenze retributive
Un’applicazione concreta di questi principi arriva dalla sentenza n. 1006/2025 del Tribunale di Cosenza, pubblicata il 5 giugno 2025.
La vicenda riguardava un ausiliario specializzato, inquadrato nella categoria A del CCNL Sanità, che per anni aveva lavorato presso un reparto di Medicina Generale svolgendo di fatto le mansioni proprie dell’operatore socio-sanitario (OSS), appartenente alla categoria BS.
Nel corso del procedimento, le testimonianze raccolte hanno confermato che il dipendente svolgeva prevalentemente attività riconducibili al profilo dell’OSS, tra cui assistenza diretta alla persona, interventi igienico-sanitari e supporto alla gestione dell’ambiente di vita del paziente.
Il Tribunale, valutate le prove disponibili, ha riconosciuto il diritto del lavoratore al trattamento economico corrispondente alle mansioni superiori svolte, condannando l’azienda sanitaria al pagamento di oltre 20mila euro di differenze retributive, oltre alle spese di giudizio.
Come richiedere le differenze retributive
Chi ritiene di aver svolto mansioni superiori rispetto al proprio inquadramento contrattuale dovrebbe innanzitutto raccogliere la documentazione utile a dimostrare le attività effettivamente svolte.
Possono essere rilevanti, ad esempio, ordini di servizio, schede di lavoro, turnazioni, comunicazioni interne e testimonianze di colleghi o responsabili in grado di confermare le funzioni esercitate.
È inoltre consigliabile rivolgersi a un legale esperto in diritto del lavoro e a un consulente del lavoro, che possano valutare il caso concreto e quantificare le eventuali differenze economiche sulla base del contratto collettivo applicabile.
La richiesta può essere formalizzata attraverso una comunicazione all’amministrazione, tramite PEC o raccomandata, indicando le mansioni svolte, il periodo interessato e le somme richieste.
È importante prestare attenzione anche ai termini di prescrizione: nel pubblico impiego il diritto alle differenze retributive si prescrive in cinque anni, decorrenti dal momento in cui il lavoratore può far valere il proprio diritto.
Mansioni superiori: come tutelare i propri diritti con Consulcesi & Partners
Quando un professionista sanitario ritiene di aver svolto per lungo tempo funzioni superiori rispetto al proprio livello contrattuale, è importante valutare con attenzione la documentazione disponibile e verificare la presenza dei presupposti per ottenere il riconoscimento economico previsto dalla legge.
Il team di esperti legali di Consulcesi & Partners supporta i professionisti sanitari nell’analisi della propria situazione lavorativa, nella verifica dell’eventuale diritto alle differenze retributive e nell’individuazione delle azioni più appropriate, sia in fase stragiudiziale sia nelle eventuali sedi giudiziarie.
Una consulenza qualificata consente di tutelare i propri diritti professionali ed economici e di valutare concretamente le possibilità di recuperare quanto spettante per le mansioni effettivamente svolte.






